Giusy Staropoli e Saverio Strati: Due “cantori degli umili”, due voci per una regione: la Calabria.

Maria Concetta Preta:

Listener

Recensione del libro: “Saverio Strati: due racconti” a cura di Giusy Staropoli Calafati, 2016

 

 

Saverio Strati è forse l’ultimo di una generazione di scrittori calabresi, appartenente a una razza schiva, riservata e taciturna.

Non fu amato dalla terra di cui scrisse copiosamente, ingrata e amara al punto che Strati scelse di viverne lontano e si appartò a Scandicci in un sofferto silenzio, morendo in solitudine e in una condizione di quasi indigenza.

La vulgata su di lui è quella di un autore emarginato e ghettizzato, pur avendo vinto un Premio Campiello nel 1977 con “Il selvaggio di Santa Venere”, che però non gli aprì le porte dei salotti della borghesia intellettualoide italiana dove si è conosciuti solo attraverso le amicizie che si vantano e non per il proprio valore. A ciò contribuì anche la sua nascita proletaria.

Sicuramente simbolico è il dualismo che incontriamo nel racconto “Tibi e Tascia”, che per la nostra scrittrice di Briatico (VV), Giusy Staropoli Calafati, rappresenta il primo incontro con l’Autore che tanto ama. La duplicità del racconto è quella della Calabria, divisa tra il restare e l’andare via.

Tante le opere di narrativa che Strati ci lascia, cui si aggiungono oggi i due racconti che Giusy Staropoli Calafati ha editato anche grazie al prezioso contributo del prof. Leonardo Alario di Cassano (CS).

Tenteremo adesso di trovarne una chiave di lettura.

 

  1. ROSINA E PEPPINO

Il racconto è in forma di fiaba popolare, prodotto tipico della Calabria, che richiama lo schema narratologico classico studiato magistralmente da  Vladimir Propp.

Infatti vi troviamo tutti gli elementi che, sin dalle Fabulae Milesiae greco-orientali e dal romanzo greco d’amore, hanno appassionato grandi e piccini:

– la presenza dei due innamorati – principe e principessa – il cui amore è messo alla prova;

– l’imprevisto (malattia di lei);

– la prova d’amore: viaggio di lui per la guarigione di lei;

– l’ attante: il vecchio

– l’antagonista: la maga che ha l’unguento magico e tiene in ostaggio il principe

– il ribaltamento della situazione iniziale: ora è lei che deve salvare lui, ostaggio della maga

– i nuovi attanti: l’orco e l’orca

La fiaba in fondo cos’è? Un viaggio simbolico dentro di noi, rappresenta l’iniziazione alla vita con le sue numerose prove, costituisce il percorso di maturazione di un’anima ingenua che si fa grande attraverso l’esperienza e il batticuore. Dal dolore, dalla sofferenza si perviene all’insegnamento, cioè si impara e si progredisce. Dicevano gli antichi Greci, maestri di saggezza: Dal dolore l’insegnamento. (Pathos-mathos). Ecco perchè si dice: Fabula docet.

Ho ravvisato davvero tanto in questo breve racconto fiabesco editato da Giusy. Strati è una autore che ha un suo pondus. Sa rimestare nella tradizione aulica e renderla fruibile a tutti. Strati in questo senso è un autore “democratico” ma non, sic et simpliciter, “plebeo”.

Credo che a Giusy sia questo il tratto che di Strati le piace di più. Anche lei sa essere “cantrice degli umili”, delle persone semplici, che vivono di poco e custodiscono immensi valori.

La società di cui Strati e Giusy narrano purtroppo non c’è più: si è estinta perché il mondo è cambiato e pure la nostra Calabria.

Non è passatismo quello di Giusy: aver riportato in auge Strati è un’operazione di salvataggio di un grande che non deve morire due volte: la prima fisicamente, la seconda perché sepolto dalla nostra dimenticanza.

C’è un Calabria che palpita, vive racchiusa in racconti popolari e urge di essere conosciuta. Sarebbe un peccato dimenticarla. Recuperare significa dare nuova sostanza al presente e capire da dove proveniamo.

La Calabria non ha prodotto solo narrazioni del dolore: questi due racconti non lo sono.

Il primo, appunto è, come dicevo, una fiaba, scritta per sognare, perché la letteratura serve anche al diletto, oltre che a far riflettere.

In “Rosina e Peppino” ho ritrovato tanti tòpoi del genere:

– L’ambientazione del castello è un tratto tipico;

– L’innamorata che non deve guardare il volto dell’amato mi rammenta ora Orfeo ed Euridice, ora Amore e Psiche: un mito famosissimo il primo (presente in Virgilio ed Ovidio); una “pulchra fabella” la seconda, presentata da Apuleio nel suo Asinus Aureus: due racconti molto amati in antichità, nei quali Eros e Thanatos (Dicotomia Amore-Morte) si intrecciano;

– Il tema dello specchio infranto è un altro passaggio simbolico che rappresenta un momento di scarto e di demistificazione del reale e dell’immagine che lo specchio rimanda;

– Le schegge di vetro conficcate nel corpo di Peppino richiamano la celeberrima fiaba “La Regina delle Nevi”.

Insomma, sono tante le reminescenze. Cambiano i luoghi, si passa dal Mediterraneo al Nord Europa in tempi diversi … ma comune rimane il repertorio fiabesco.

Strati lo sapeva bene, eccome se lo sapeva. Infatti amava la narrazione apparentemente semplice delle favole popolari perché questo tipo di cultura fu a lui congeniale.

Da “cantore degli umili” poteva ben vantare una tradizione aulica in questo settore, che vantò nella tradizione classica nomi illustri come Plauto, Fedro, Leonida di Taranto, Ovidio, Marziale, Apuleio, Petronio.

Le sue opere contengono usi e costumi delle genti calabresi. Ricordo, tra gli altri, il libro sul Natale che fu: “Natale in Calabria”.

In questo senso, ritengo che quella di Strati sia una “Poetica dotta”, con un fine eziologico, di ricerca delle origini della nostra civiltà.

 

 

2.DON GEROLAMO

Il secondo racconto non è per niente fiabesco, ma rimesta sempre nella cultura popolare di cui ritengo Strati il “vate” calabro per eccellenza.

Lo schema è quello che richiama l’aneddotica popolare riguardo la tipica coppia attempata in cui il marito è uno sfaccendato e la moglie si sobbarca il peso della casa. Tipico schema da commedia. Lo accosto direttamente a due generi classici:

– I mimiambi ellenistici di Eroda o Eronda: tipici bozzetti di vita, sfilacciature della commedia Nuova, diremmo oggi lo scketch o piccolo quadretto di vita “borghese”. Esisteva nell’antica Grecia una vera e propria “scuola” di mimo, che vuol dire “imitazione”. Si potevano mettere in scena tali quadretti di vita in cui la ridicolaggine è il carattere dominante.

– La satyra latina: un genere fortunatissimo, in versi, che rappresenta la presa in giro dei costumi, la fustigazione del vizio ed ha un fine serio e moralistico, non è teso alla drammatizzazione ma alla riflessione scritta.  Tra i suoi immortali cultori: Lucilio, Orazio, Persio, Petronio, Marziale, Giovenale. Anche il Carducci, che fu insignito del Nobel, si cimentò nel genere.

Sia che si allacci al mimo ellenistico sia alla satira romana, la coppia di coniugi rappresentata da Strati ci ricordano Socrate e Santippe e, molto più vicini a noi, i mitici Sandra Mondaini e Raimondo Vianello: humour alle stelle, dunque. Sì, perché a parlare degli umili della Calabria si può anche sorridere.

Il marito parassita succhia-sangue, inetto e ozioso diventa qui una maschera, un tipo fisso che ricorda analoghe riprese nella commedia dell’arte e non solo. Gerolamo per la moglie è la malasorte, il suo esatto contrario.

Ho ritrovato, leggendo d’un fiato il racconto, un altro espediente ben noto a Strati, di derivazione satirica: il fulmen in clausula, ossia la chiusa ad effetto con l’aprosdoketòn: l’imprevisto che ci coglie impreparati: la moglie si scaglia contro il marito e … come finirà?

Non è solo un racconto “plebeo” questo, ma ha un fondo “erudito” che Strati ben conosce e dosa, alludendo e citando alla maniera “dotta”.

Il riportare alla luce cose già dette da altri (“Relata refero”) non è citazionismo, ma è un canone dell’arte antica, costruita a tavolino, è sfida al lettore esperto, è doctrina.

 

Alla luce della lettura della fiaba d’amore come del bozzetto domestico, Strati mi ha dimostrato, ancora una volta, la sua apparente semplicità e il fondo “erudito” delle sue opere.

Quindi voglio aggiungere che si può essere vicini e partecipi alla sorte della propria regione anche standosene lontani: pure Alvaro visse a Roma. Forse si guadagna in distacco, che è un canone della vera arte: osservazione sorniona e attenta senza coinvolgimento diretto e passionalità, alla maniera greca antica. Quest’aspetto “callimacheo” di Strati mi ha convinto, ancora una volta, a considerarlo un grande.

Infine un’ultima notazione: non è solo Calabria quello che Strati narra, ma è il Sud del mondo coi suoi problemi di povertà, emarginazione, emigrazione e, ora più che mai, cogliamo l’attualità dei suoi racconti.

Grazie, dunque a Giusy Staropoli Calafati di avermi fatto ri-scoprire un narratore dotato di un “verismo” autentico al quale lei direttamente si riallaccia. Anche lei è, lo sappiamo, una “cantrice degli umili” che non sono necessariamente sempre “i vinti” e “gli oppressi” di Verga e Manzoni.

La matrice pessimistica si stempera qui in un tratto distintivo di “ironia” che rende i racconti piacevoli e ci offre un angulus, cioè un punto di osservazione non convenzionale della terra che io, Giusy e Saverio condividiamo e in cui crediamo: la Calabria.

 

Maria Concetta Preta