Le poesie di “Donna” Luigia Lupidi Panarello secondo Titti Preta

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Chi sono?

Son forse un poeta? / No certo. / Non scrive che una parola, ben strana / la penna dell’anima mia: / follia. / Son dunque un pittore? / Neanche. / Non ha che un colore / la tavolozza dell’anima mia: / malinconia. / Un musico, allora? / Nemmeno. / Non c’è che una nota nella tastiera dell’anima mia : / nostalgia . / Son dunque … che cosa? / Io metto una lente / davanti al mio cuore / per farlo vedere alla gente. / Chi sono? / Il saltimbanco dell’anima mia.

Aldo Palazzeschi, 1909

 

Questa poesia ha per me un valore lapidario, quasi epigrafico, come una “dichiarazione d’intenti” involontaria che diviene il contro-manifesto all’avanguardia del futurismo di F.T. Marinetti che nascerà l’anno dopo, 1910, e alla retorica dannunziana del tempo colma di sicurezze ma, nello stesso tempo, delirante e vuota. Siamo in pieno crepuscolarismo, movimento poetico che fa da antesignano all’ ermetismo del gruppo di poeti stretti attorno alla rivista fiorentina Solaria e, in special modo, di colui che considero l’anti-vate del 900 ed una delle voci più autentiche: E. Montale.

Non c’è dubbio dunque che stasera sarà sua maestà la Poesia a farla da padrona! Questa che stiamo per trascorrere insieme è una serata dedicata alla Poesia, ultima Dea rimasta a confortarci dopo aver sperimentato sulla pelle tutte le delusioni storiche e il crollo degli ideali che hanno accompagnato la storia italiana dal secondo dopoguerra in poi.

Eccoci dunque qui in questo salotto letterario per udire la voce di una vera donna che reca in sé un caleidoscopio di sentimenti e di illusioni come anche il retaggio del Sud: Lugia Panarello.

Un “ben arrivati” a tutti i convenuti che avranno la bontà di ascoltarmi e un grazie sincero a chi ha reso possibile quest’incontro, l’avvocatessa Carla Piro, sensibile bibliofila, donna impegnata nel sociale e amante dell’arte nelle sue sfaccettature. Ci siamo conosciute da poco, ma abbiamo capito di aver molto in comune. Così come con Luigia, la protagonista della nostra serata.

Grazie a chi ci ospita, la pittrice Ambra Miglioranzi, sorta di “mecenate al femminile” che ci apre le porte di questo suo circolo così intimo per render possibile un piccolo simposio di cultura in una terra che ha un disperato bisogno di cultura: la Calabria.

Mi sembra di esser tornata nella Magna Grecia e di vivere un convivio letterario alla maniera classica. Un momento di otium, un ricrearsi, un fermarsi a riflettere in questo nostro “reo tempo… che tutto involve mentre van con lui le torme” – pensieri, preoccupazioni, tensioni e stress – come Foscolo disse. Un momento di pausa impresso in un’incessante corsa che non sappiamo dove ci condurrà e alla cui fine ignoriamo cosa resterà di noi e delle nostre anime. Ma stasera … qui … in questo circolo MedmArte che ci richiama alla terra antica che ci ospita, sub colonia locrese nel VI sec.a.C. che parlava una lingua melodiosa quanto una nenia, forte al modo di un oplita, sobria come una colonna dorica: l’antico greco.

Qui ci fermiamo a riflettere, e a imprimere una stasi al movimento vorticoso che ci trascina e ci strema. Noi stasera assistiamo ad un prodigio. E’ il miracolo della Poesia: è essa un “angulus”, una specola, un punto di vedetta da cui guardare il mondo con levità e mai sopito stupore, vedendo in ciò che è ordinario il thaumaston, cioè lo straordinario, il prodigioso e, forse, l’essenza primigenia che svela il segreto delle cose, purchè ad esse ci si accosti con l’animo di quel “fanciullino” pascoliano che è racchiuso dentro di noi.

Teniamo presente questa parola: STUPORE perché è stata la parola-chiave che mi ha permesso l’accesso alla silloge di Luigia. Infatti io mi sono stupita leggendola e ho trovato stupore in lei.

Leggere un poeta è un po’ come “violare la sua anima”, impadronirsi di sé e dei suoi reconditi pensieri e perciò ritengo che ci voglia più coraggio a pubblicare la lirica rispetto alla prosa. Io stessa non sento pronta a far questo passo e ammiro Luigia che c’è riuscita. La ringrazio per averlo fatto e stasera da parte mia riceverà un piccolo ma sincero tributo.

Il mio riconoscimento a una “combattente in prima linea”, una partigiana delle idee e della cultura non paludata e non avulsa dal reale. In un giro di poche parole: quella che amo di più.

Proverò così a intrecciare la sua vita alle idee, spero di non sfilacciare troppo la trama del mio ordito. La tela che tesserò sarà fatta con simpatia e affetto, è nata di getto e proviene dal cuore.

Per leggere le sue poesie mi sono chiesta chi sia Luigia, il cui nome vuol dire “donna illustre”. Luigia è “donna d’intuito e d’esperienza”, che si è prodigata in tante battaglie, che ha vissuto da protagonista ma senza protagonismi, che non si è lasciata scivolare la vita addosso, e ha messo sempre se stessa in gioco, senza esibizionismi, ma con dignitosa resistenza. Luigia ammette e accetta “l’esposizione al rischio del cambiamento”, vivere è un arrischiarsi. La vita in gioco, dunque. Mica facile, mica da tutti.

La conosco da poco, ma nel leggerla mi pare di conoscerla da sempre, tanta è l’intensità che ho colto. Ho ritrovato il suo sguardo, la sua voce, la sua anima. Voce di donna, voce del Sud: una tentazione per chi, come me, s’imbeve di queste due tematiche.

Ma chi è Luigia Panarello? Luigia ha una formazione artistica ed umana ricca e movimentata: le deriva dai travagliati e mai sconfitti anni ’70, dalle loro avanguardie progressiste e critiche verso quei falsi miti di cui un grande come P. P. Pasolini per primo aveva riconosciuto la vacuità.

Primo stop. Pasolini. Proprio Pasolini è uno dei punti fermi del background di Luigia. Semper grata a Carla di avermi fatto conoscere una persona che, ancor oggi, parla di lui in maniera immediata e mai sofferta, consegnando alla memoria uno dei veri intellettuali del 900.

Non pretendo di aprire un excursus su P.P.P., magari in un altro incontro potremo approfondire, sono certa che Luigia gradirà … ma permettetemi un veloce ricordo perché parlare di Pasolini è come parlare di Luigia, di un suo alter ego, pur da parte di chi, come me, non ebbe modo di vivere direttamente l’autore per questioni anagrafiche. Ero infatti molto piccola quando venne ucciso nel novembre del ’75. Sulla sua morte si discusse e si discute ancora, come pure irrisolta rimane la sua personalità, tra luci e ombre.

Per me cmq Pasolini rimane una bussola e lo presento ai miei allievi che dimostrano di apprezzarlo. Chi fosse davvero non è facile dirlo in breve: un visionario che urlava ai lettori la barbarie che vedeva avanzare o un veggente in mezzo alle tenebre dell’ignoranza, tra gli applausi che i contemporanei accecati gli tributavano. Oppure un “corsaro armato di parole” che cercava nelle diverse forme d’arte – poesia, prosa, cinema – le vie più personali per esprimere la sua visione del mondo. C’è una silloge poetica di P. che ripropongo spesso: “Le ceneri di Gramsci”, nel cui titolo c’è, in sintesi, il percorso del suo pensiero. Magari in un altro momento potremo soffermarci, trovare somiglianze, analogie, differenze.

Di certo P. guardava oltre le cose e l’apparenza, squarciava il velo del reale e la sua coltre contraffatta e denunciava la finzione in viveva l’Italia dopo il boom economico. Troppo avanti rispetto ai suoi tempi, non poteva esser capito e di ciò soffrì molto.

E’ la grande lezione pasoliniana che Luigia dimostra di aver colto: averlo frequentato da ragazza non si traduce in lei in una semplice congerie di aneddoti, ma è un magistero di vita e serietà d’intenti che ho riscontrato nelle sue poesie, tutte dichiaratamente VERE.

Una cosa che in esse ho apprezzato: la scelta dei titoli, che rimandano alle prime parole del verso: ho riconosciuto in questo non un vezzo, ma il concreto richiamo ad un modus che fu degli antichi. Ricordo, su tutti, Catullo o Orazio, che non hanno mai dato un vero titolo alle loro liriche, semplicemente numerate nel Liber, ma che noi moderni, ostinati nel voler a tutti i costi dare un titolo, lo abbiamo trovato a volte proprio nel verso iniziale, come in Luigia che, nella mia tela, sarà accostata spesso sia ai moderni che agli antichi.

Non le chiamerò semplici poesie, ma qualcosa di più: LIRICHE, perché vi ho riscontrato l’armonia e la musicalità che appartenne a Saffo o a Nosside, le prime poetesse del mondo occidentale, che furono maestre di cori femminili

Liriche in cui ho colto poi un senso di stupore, un miracolo compiuto ora grazie alla concentrazione emotiva, ora grazie all’accelerazione di immagini, domande, congetture sì che, nello spazio circoscritto dei versi, un momento qualsiasi, apparentemente trascurabile, spalanca al noi il senso del vivere… come quando Luigia ci ammonisce dicendo che “vivere è più semplice di evitare di farlo”: il tema della non-rinuncia alla vita è molto interessante ed è una delle trame del mio ordito.

E’ questa mia tessitura molto fitta: Luigia s’impone a noi non per vastità di produzione poetica, ma per profondità di introspezione, per capacità di interrogarsi sul senso dell’esistere. Lo fa usando anche la similitudine che, tra le tante figure retoriche è quella che amo di più, anche perchè appartiene al primo poeta greco: Omero che voleva dar concretezza al suo narrare poetico perché si memorizzasse nel modo più semplice. Così mi è rimasta nella mente la similitudine di Luigia che si paragona ad un albero con le sue stagioni, dall’esuberanza della fruttificazione fino allo spogliarsi e al diradarsi del fogliame… e non poteva ricordarmi oltre ad Omero, il grande Mimnermo: entrambi paragonano la vita umana alle foglie dell’albero, è un bel topos, che fa breccia nel ricordo e abbatte gli astrattismi.

Ma è tutta la sua scrittura, che è filosofica ma anche impulsiva, a muovere dal concreto, e a diventare “luogo del quotidiano” che scaturisce dall’esperienza personale, senza concessioni al letterario e al sublime, senza retorica altisonante. Leggendola mi sono detta: Luigia è una di noi, che sa parlare a noi.

E’ vicinanza all’uomo, è humanitas alla maniera del grande poeta latino Terenzio che, non scevro da provocazioni, amava far dire a uno dei suoi tanti personaggi in scena: “Homo sum: nihil alienum a me humanum puto”: cioè: Sono uomo e di quanto è umano nulla ritengo estraneo a me. Si tratta di Demea, personaggio degli Adelphoe, I due fratelli, commedia che risale alla prima metà del II sec.a.C. Solo chi ha saputo vivere, sa parlare così. Una cosa però la differenzia da Terenzio: il fatto che lui sia morto giovane, ad appena 25 anni e non ha potuto assaporare quella vita che, filosoficamente, diceva di conoscere molto.

Il bello delle poesie di Luigia è che sono filosofiche ma nella maniera più anti-filosofica potrei dire, cioè alla maniera socratica: l’“Io so di non sapere” di Socrate diventa in Luigia “Non so dire”, lirica in cui l’inadeguatezza del vivere e del non saper adeguarsi ai suoi riti esteriori – il buongiorno o la buonanotte, le condoglianze come gli auguri – non è goffaggine o imbarazzo, ma stupore e riserbo e, soprattutto, l’aver capito la grazia concessa della vita.

Terenzio, pur morto giovane, ci ha lasciato una “tranche de vie”, una traccia di vita quotidiana di semplice bellezza e grandiosa armonia che è poi il timbro del classicismo, quello che J.J.Winckelmann riscontrò nell’arte greca e poi latina, quello che non passa mai di moda e sempre ci commuove e ci smuove…  e metterci in movimento vuol dire far pensare.

Così nelle liriche di Luigia assistiamo all’ossimorico “miracolo del quotidiano” e delle sue “piccole cose” che però diventando grandi agli occhi e al cuore della lirica, pensando che ogni giorno che ci vien concesso è un dono.

Col suo fare sornione e benevolo, ma anche ironico quanto basta per permetterle il necessario distacco, Luigia si pone da socratica interlocutrice al suo lettore e gli offre una ghiotta vivanda: la vita, declinata in tutti i suoi colori. Non è cosa da poco imbandire la vita: è la cifra dei veri poeti, generosi ed umili. La sua vita, in primis, perché Luigia sa proporsi, tra sdegno e pacatezza, ma sempre con veracità e con quel disincanto che, però, la rende “simpatetica” a noi.

Il dono della sympatheia non è da tutti – ben lo capirono gli antichi Greci che parlavano di un “charisma” particolare che apparteneva agli eletti – e, forse, per averla, bisogna aver saputo vivere e possedere quel senso di comprensione e di solidarismo verso i simili ai quali Luigia parla, indica e pone una riflessione, come nella lirica “Si vive” dove l’afflato religioso non è una vana catechesi e la ricerca del proprio Dio sta dentro di noi, non è un inutile clericalismo.

Garbo, naturalezza, affetto, simpatia … tante dunque i fili del mio ordito, del mio deja-vu a Luigia. Ma, su tutto, lo stupore e tanta vita. La vita che è sempre “hic et nunc”, un qui e adesso. “La vita è sempre adesso” è un verso gnomico (pag. 7) di straordinaria semplicità. La voglia strenua di vivere. Vera e propria “fame di vita “in Luigia come in un’altra voce poetica del secondo 900: Alda Merini.

Traccerò ora nella mia tela un rapido binomio: Alda e Luigia. Ignoro se si siano conosciute, ( lascio che ce lo sveli lei…) ma sono ambedue “Donne sopra le righe”, mai assuefatte al dolore del vivere, piene di sana ironia e che fanno della poesia il balsamo dell’esistenza, senza remore e pudori. Dirette e autentiche come pochi altri, entrambe hanno fatto della loro vita una bellissima poesia, cioè un continuo “creare” perché “poiesis” vuol dire proprio questo e poeta è soprattutto artifex, un artigiano che s’impasta le mani della materia più appetibile: la Vita.

Come Alda, anche Luigia non ha reticenze a mettersi a nudo, con umiltà e candore, come ho marcato prima e rimarco ora. Ecco che nella mia tela trovo un’altra sua dote, che riscontro nel poeta Virgilio, I sec.a.C., che si scherniva a parlare in pubblico, non fu capace di arringare alle folle e non volle fare né il retore né tantomeno l’avvocato. Infatti affermò di amare le “Myricae”, cioè le basse tamerici e non gli alberi alti. Lo dice nella IV Bucolica, che è una specie di manifesto poetico, tanto amata da Pascoli che scelse quel verso per titolare una sua famosissima silloge: Myricae.

Dunque la trama si allarga: Virgilio, Pascoli, Merini fino a Luigi: uniti in nome dell’ humilitas il timbro dei grandi. Ma questo accade perché i poeti, in fondo, si assomigliano, al di là del tempo e dello spazio. Diceva Aristotele: “La poesia è l’universale” e, come tale, non si rettifica a un momento particolare, a differenza della storia.

Torniamo al binomio Alda-Luigia. “E’ la vita che ci dà un senso, sempre che la lasciamo parlare” soleva dire la prima, nota come la poetessa del Navigli. E’ così: la voce della vita arriva prima ai poeti che, invece di interrogarsi sul male, lo accettano trasformandolo in versi.

Ricordo la devastante esperienza del manicomio dove la Merini subì ben 46 elettroshock. Era lontana la legge Basaglia, che risale al 1976 e segnò un progresso nell’approccio verso i malati mentali. Parlando del suo primo internamento al manicomio Paolo Pini di Milano, Alda ci fa conoscere le condizioni dei malati prima di questa legge, le umiliazioni, le violenze, i maltrattamenti loro inferti da medici e infermieri, forti solo perché sicuri della loro “presunta normalità”. Ci siamo sempre chiesti come una considerata pazza avesse potuto scrivere verso così struggenti e pieni di amore per gli altri. Una che diceva lucidamente di aver accettato il male, che è diventato un vestito incandescente, cioè la poesia.  “Ho cominciato / a piangere per gioco, / e poi ho creduto / che fosse il mio destino.”

Trattandosi di un dono di cui era semplice portatrice, la Merini ammetteva di non capire fino in fondo il senso della propria poesia e, con la stessa naturalezza, si abbandonava alla sfera dei sogni che le suggerivano grandi verità e le portavano il divertimento e il gioco scomparsi molto in fretta dalla sua vita reale. Il divario tra realtà e sogno è tipica dei grandi poeti dell’antichità ma anche dell’800, basti pensare ai “poeti maledetti” del Decadentismo e ai simbolisti francesi: Baudelaire, Apollinaire, Rimbaud, Verlaine, Mallarmè.

“I grandi poeti parlano come venissero dall’aldilà e per parlare da uno stato di morte bisogna prima morire. Da un’esperienza di morte come quella del manicomio bisogna uscire per parlarne poi da vivi”: sono un monito a noi “ persone normali” queste parole della Merini.

Pochi hanno capito che la sua poesia era nata a prescindere da tutto e da tutti “È una forza che nasce in me, come una gravidanza che deve essere portata a termine. Molti mi considerano la poetessa della pazzia. Ma chi si è accorto che sono la poetessa della vita? Ho parlato del manicomio perché era il luogo in cui vivevo in quel periodo”.

Poetessa della vita, dunque, come Luigia. Dai Navigli di Milano alla Roma di ieri e di oggi… fino al Sud col suo mare cristallino, i suoi silenzi sconfinati, la sua immane solitudine. E’ l’abbacinante bellezza dello Stretto di Messina con le vele, i tonni, le spadare, i vulcani, terra di gelsomini… ma anche storia spezzata. Il destino chi nasce con “uno stretto di mare nel cuore” : una delle liriche più toccanti e autobiografiche.

In verità sono tanti altri i temi, che saranno messi in luce nel ricco reading di stasera… e io chiudo qui per non intricare troppo il mio ordito.

Si svelo un’ultima cosa: quando Carla mi ha presentato Luigia mi sono detta: “Che bella coincidenza! In un sol colpo, ho qui davanti a me la testimone di Pasolini e della Merini, dei quali non faccio altro che parlare ai miei allievi ginnasiali! E chissà che un giorno non si possa concretizzare un’idea, ancor vaga ma sempre meno fumosa, di poter far convergere le nostre esperienze verso di loro, i ragazzi, uomini e donne del futuro, che hanno bisogno, per apprezzare la letteratura, di trovare promotors autorevoli e convincenti e non avventurieri dell’ultim’ora di cui, ahimè, siamo circondati.” Questo ho pensato dentro di me ed esterno a voi, con i modi diretti che mi appartengono, e senza giri di parole.

Perché fermamente credo che quanto noi svolgiamo debba interessare in primis loro, i ragazzi e il mondo della scuola. Da lì bisogna partire e tendere, “facendo circolo” nel senso più autentico, non chiudendosi in inutili partigianerie e consorterie che non depongono bene alla missione che un autore serio deve imporsi in questa meravigliosa avventura della scrittura che è poi quella, più grandiosa, della vita.

Grazie Lugia di avere in te il dono della poesia che vuol dire possedere un animo pulito e terso, teso alla ricerca del bello, dell’onesto, dell’utile. Kalokagathia era per i Greci una mirabile crasi che indicava tutto ciò e che aveva un’unica, ambita mèta: il Bene.

Il bene non conosce confini e differenze, non ha bandiere, diversità di colori, razze, lingue e religioni. Il mondo ha bisogno del bene e del bello. E La bellezza salverà il mondo, chi lo disse di certo non sbagliò.

 

Titti Preta