“Le scomode figlie di Eva” – Pianeta Donna di Titti Preta

LA RIFLESSIONE di Titti Preta.

Le “scomode figlie di Eva”.

“Hanno patito. Ah, quanto/ hanno patito le infelici/ figlie della notte / le figlie ferite!”

(Eschilo)

Le donne ce la mettono tutta a farsi del male. A trovarsi gli uomini sbagliati e a subire, in silenzio. Orgogliose del loro dolore, perché sono state educate alla sofferenza, sia fisica che morale. E’ il destino della progenie di Eva, tutte da lei discendiamo, dobbiamo scontarlo il peccato originale, sulla nostra pelle.

Le donne con i loro guai sono le più resistenti al dolore: iniziano da bambine a vedere il sangue, ogni mese, e poi i parti e gli aborti … la storia del corpo della donna è imbrattata di sangue, quello che la natura manda e che bisogna accettare. Nasce forse da qui il mito del coraggio femminile, col quale hanno costretto le donne a starsene zitte e buone. La migliore virtù per una donna è quella di tacere.

C’è un sangue diverso ed è quello che non produce il nostro corpo, ma quello che vien dall’esterno, inferto dalla violenza maschile. Feriscono le parole, oltre ai gesti: “Se sei brava a sopportare il dolore, sta’ zitta pure ora, e subisci. Muta! Vuoi fare uno scandalo? Vuoi rovinare la tua reputazione o la tua famiglia? E che ne avresti in cambio? Cedi e vedi che pure ti diverti!”

E allora: “Dacci oggi il nostro senso di colpa quotidiano” … col quale le donne sono state allevate da nonne, zie, madri. Tutti che dicono di essere remissiva, ubbidiente, arrendevole, e sempre silenziosa. Non sono soltanto gli uomini a dirlo, spesso si tratta di donne. Purtroppo la solidarietà femminile in alcuni luoghi e situazioni è solo un mito, una leggenda di carta, una favola orale.

Ma qualcuna che esce dal mucchio c’è sempre. E’ una “scomoda figlia di Eva”. Urla a squarciagola, rompe l’ordine costituito, si affranca e, forse, fa la differenza. Donne così sono ostracizzate dalla famiglia, dal paese di appartenenza e rimangono sole a lottare, come scaglie solitarie. Una su tutte? Anna Maria Scarfò, di cui è fin troppo nota la storia: dal 1999 per tre anni subisce in silenzio le violenze del branco nei pressi di Taurianova. Si tratta di mafiosi che approfittano della sua fragilità e, quando si decide a parlare, nessuno la crede. La sua avvocatessa, sarà la presenza necessaria da cui trarre forza e sicurezza nella legge. Anna Maria affronta il processo a testa alta, anche se i difensori degli accusati cercheranno di trasformarla da vittima in carnefice.  Il paese si ribella: mogli, madri, sorelle, parenti degli imputati si alleano contro la “ragazza facile”,  la “rovina-  famiglie”. Nessuno inveisce contro loro, gli uomini. Anna Maria è sempre più determinata, vuole riprendersi la vita che le hanno rubato. Alla fine del processo ha vinto, è stata creduta. Finalmente è libera. Dopo le condanne, la sua vicenda arriva su tutti i mass -media. Partecipa alla trasmissione Chi l’ha visto? Tutta Italia così viene a sapere di lei e di quel paesino della Calabria che l’ha oltraggiata, offesa, isolata, condannata per aver rotto l’omertà.  Le donne del paese reagiscono. Organizzano una manifestazione contro quella che definiscono una criminalizzazione mediatica di tutto il paese. Gli uomini si difendono, dicendo di non essere tutti degli stupratori. Le minacce e gli insulti contro Anna Maria diventano più forti. Le uccidono il cane, le insanguinano i panni stesi, le telefonano a tutte le ore del giorno e della notte con minacce e insulti. Vogliono che lei e la sua famiglia lascino il paese. Lei denuncia per stalking i vicini di casa, le donne che vogliono scacciarla, scrive al presidente della Repubblica, ai carabinieri, al giudice del tribunale a Palmi per chiedere aiuto per sé e la sua famiglia, perché non vogliono lasciare San Martino. La madre di Anna Maria risponde pubblicamente alle donne del comitato, difende le scelte della figlia e respinge qualsiasi accusa di “vantaggio economico”.  La ragazza e la famiglia vengono messe sotto scorta e poi entrano in un programma di protezione.

Anna Maria ha messo in discussione la regola del silenzio da parte delle donne, sempre e comunque. Una piccola grande donna, con la dignità e il coraggio di essere donna contro ogni sopruso e violenza proveniente dal mondo maschile.  Alla sua storia prendono parte molte donne, venute da ogni parte del sud.

Oggi Anna Maria è emblema del coraggio e dell’autorità per dire alle altre di non accettare la violenza sul proprio corpo, di rompere l’omertà per riappropriarsi della propria vita. Lei è la Calabria che è già cambiata, grazie alle donne. La coscienza della propria libertà non si può fermare, anche se il costo, che molte donne stanno pagando, è altissimo, a volte anche con la propria vita.

Prof.ssa Maria Concetta Pretaquadro Luigia Granata - Donnereading