Maria Concetta Preta alla riscoperta di DOM BENEDETTO TROMBY (1710-1788) monaco certosino di Monteleone di Calabria

 

 

 

 

UN PERSONAGGIO ILLUSTRE DEL NOSTRO TERRITORIO:

Autore dell’opera storica:

Storia Critico-cronologica Diplomatica del Patriarca S. Brunone e Del suo Ordine Cartusiano

 

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Ai miei fedelissimi lettori  propongo questa settimana un “tuffo nel passato” proponendo una figura singolare di monaco conosciuto da  pochi bibliofili e storici.

Dom Benedetto Tromby è poco noto a chi non si avvicina al mondo dell’ordine fondato da san Brunone da Colonia, poiché la sua fama è essenzialmente legata ad una monumentale opera incentrata sulla storia dell’ordine certosino cui lui apparteneva.

 

Il mio interesse verso di lui, che mi era già noto, si è andato approfondendo anche grazie al fatto che la sua poderosa opera storiografica in latino è custodita nella pregevole Biblioteca storica del Liceo Ginnasio “M.Morelli” di Vibo Valentia (dove lavoro), precisamente nel Fondo Antico, e della cui riscoperta mi son adoperata in questi ultimi tempi in qualità di referente per i Beni Culturali presenti in istituto.

In previsione di una mostra del libro antico che si terrà prima della fine dell’anno scolastico proprio al mio liceo, nella quale mi adopererò di far esporre alcuni tomi dell’opera, vi propongo in esclusiva il mio approfondimento storico-antiquario sull’autore: è un contributo di facile fruibilità, corredato di qualche curiosità aneddotica e … dulcis in fundo di un piccolo “mistero risolto” !

 

La vita e l’opera

 

Conosciamo i dati biografici di Benedetto Tromby. Egli nacque a Monteleone in Calabria, l’attuale Vibo Valentia, il 20 settembre del 1710 da Saverio e Rosa Crispo, umili e onesti lavoratori.

Fin da giovanissimo ebbe una notevole propensione allo studio, tant’è che a soli 15 anni aveva già compiuto i corsi di Umanità, Retorica, Poetica e Filosofia. Successivamente dopo aver studiato anche le Istituzioni Civili, decise di abbracciare la vita monastica certosina.

Il 9 maggio del 1729, a soli diciannove anni, entrò nella certosa di Serra San Bruno dove proseguì gli studi di Teologia morale, nonché la storia sacra ed ecclesiastica.

In questo periodo egli scrisse un libretto, frutto dalla sua esperienza quotidiana, rivolto a tutti coloro che si volevano avvicinare alla vita monastica dal titolo: “Lucerna pedibus meis”.

Ma Tromby, alacre scrittore, compone una prima imponente opera “Origini di tutte le religioni”, in quattro voluminosi tomi la cui stesura non lo soddisfa sufficientemente. Egli decide di concentrare i suoi studi nella Diplomatica e nella Critica, rivolgendo la sua attenzione verso gli insegnamenti provenienti da Dionigi Petavio (1583-1652), gesuita, teologo e storico, e di Jean Mabillon.

Con questa impostazione teologica e culturale Dom Benedetto Tromby decide di approntare l’opera monumentale per la quale viene essenzialmente ricordato. Egli ha percepito che dell’ordine religioso certosino non vi è un testo che ne racconti la gloriosa Storia come doverosamente meriterebbe.

L’erudito certosino si trasferisce quindi a Napoli, nella capitale del Regno, dove potrà più facilmente raccogliere dati e documenti per il suo testo. Viene nominato procuratore ad lites della sua certosa calabrese, e sarà ospite della certosa napoletana di San Martino, dove per otto anni continuerà ad ammassare una voluminosa mole di incartamenti, documenti ed atti, utili alla stesura della sua opera.

Essa vide la luce nel 1779, stampata a Napoli con il titolo: “Storia Critico-Cronologica Diplomatica del Patriarca S. Brunone, e del suo ordine Certosino”, concepita in 10 voluminosi tomi con una impressionante quantità di appendici, carte e dissertazioni di vario genere, tali da renderla una sorta di bibbia cartusiana. L’opera di Dom Benedetto incontrò il compiacimento di dotti ed eruditi del suo tempo, ed il Pontefice Pio VI gi attribuì onorificenze che lo fecero nominare il 19 marzo del 1799, Membro onorario della Accademia delle Scienze e delle Lettere.

Tromby, vide soddisfatta la sua sete da erudito, ma non voleva da buon certosino raccogliere titoli ed encomi, quindi ricusò costantemente ogni incarico anche monastico, preferendo lo studio e la preghiera. Lo zelo e la disciplina claustrale, accompagnata all’erudizione faceva di Tromby un priore ideale, ma egli non volle assurgere a tale ruolo, ed accettò la nomina di Procuratore di Nieto, per ritornare nella sua Calabria. Ma il terremoto che distrusse la certosa di Serra san Bruno nel 1783, costrinse lui ed i suoi confratelli ad abbandonare il monastero in rovina.

Fu così che Dom Benedetto decise di ritornare a Monteleone nella casa natìa, dove visse in compagnia della sorella benché provato nella salute, ormai precaria per aver svolto per sessanta anni una intensa attività chino tra libri carte e documenti. La sua vita terrena si spense il 16 giugno del 1788.. Le sue spoglie furono inumate nella sagrestia della chiesa di san Giuseppe a Vibo Valentia.

Dopo il rovinoso sisma del 1783 il Tromby deciderà di tornare nella natìa Monteleone dove vive la sorella e dove, 5 anni dopo, morirà.

Si narra che nei giorni che seguirono il terremoto, il Tromby, spronato da un famoso nobile spagnolo, don Dameto, giunto in visita nelle Calabrie, si prodigasse per mettere in salvo il busto di san Bruno e il prezioso reliquario dono della contessa Adelaide del Vasto, moglie di Ruggero il Normanno.

Erano rimasti miracolosamente illesi i 28 certosini, nonostante la catastrofe, il cui priore era Dom Pietro Paolo Arturi.

Don Dameto per tre giorni collaborò con i sopravvissuti e trovò nel Tromby la persona giusta cui infondere coraggio e forza per il salvataggio di preziose testimonianze artistiche del santuario serrese ridotto ad un cumulo di macerie.

Tromby, pur stanco e provato dalla vecchiaia quanto dal terremoto, salvò quanto di sacro e di notevole era avanzato ma, alla fine, stremato, decise di ritirarsi a quieto vivere nella sua Monteleone.

Purtroppo apprendiamo dagli “Scritti” del conte montelenese Vito Capialbi che la tomba di Benedetto Tromby venne devastata da ignoti per non provati motivi e che lui stesso si adoperò a riesumare le ossa disperse, a ricomporre la salma del monaco e della sorella che era stata inumata con lui e a provvedere che venissero custoditi in una cappella laterale, provvista di lapide funebre, nella chiesa del Gesù oggi san Giuseppe.

 

BREVE STORIA DELL’ORDINE CERTOSINO

La storia dell’ordine certosino, ha origine dalla volontà del suo fondatore Bruno da Colonia, di ritirarsi in solitudine per pregare. Tale decisione fu condivisa da sei suoi amici che lo seguirono in quel percorso che segnerà l’origine dell’ordine certosino.

La vita certosina si svilupperà nello “stare insieme nella solitudine”, plasmando l’eremitismo ed il cenobio (la vita comune). Bruno si ispirò alle lauree eremitiche dell’antico Egitto, ed allontanandosi dal mondo decise di isolarsi nel “desertum”: fu così che iniziò l’eremitismo. I

l 24 giugno del 1084, giorno di S.Giovanni Battista, Bruno, Landuino da Lucca, Stefano di Diè, Stefano di Bourges en Bresse, Ugo, Andrea e Guarino si  recarono dal vescovo di Grenoble, Ugo. La notte precedente l’incontro, il vescovo aveva sognato sette stelle che indirizzavano sette pellegrini in un luogo dove Dio fabbricava un tempio. Questo sogno il vescovo lo collegò con la visita dei sette viandanti che gli chiedevano un luogo idoneo dove poter esercitare la loro missione. Sbalordito per quel prodigio, Ugo indicò e donò loro un luogo impervio tra i boschi : il “Deserto di Certosa” dove in seguito fu eretta la Grande Chartreuse consacrata il 2 settembre 1085. Questo luogo, situato in una zona montana e boschiva a 1175 metri di altitudine, in origine si chiamava Calma Trossa, si trasformò prima in Charme Trousse, poi in Chartrousse, ed infine Chartreuse. Quindi Bruno lo latinizzò e divenne Cartusia, sono queste le origini del nome dell’ordine.

San Bruno non scrisse mai una regola, come Cristo non scrisse il testo del Vangelo. Le “consuetudini” furono scritte da Guigo, quinto Priore della Grande Chartreuse verso il 1127, descrivendo fedelmente le usanze tramandate dalla vita condotta da Bruno e dai suoi amici, questo testo verrà approvato nel 1133 da Papa Innocenzo II. Si riuscì così a conservare ciò che con il tempo avrebbe potuto essere dimenticato, alterato e modificato, perduto per sempre.

Fu soltanto nel1140 che i priori di tutte le certose si riunirono per la prima volta nella Grande Chartreuse durante il priorato di sant’Antelmo, per il primo Capitolo Generale a cui tutte le case, affidarono per sempre le loro sorti, segnando così la nascita giuridica dell’Ordine Certosino. Verso la stessa epoca, le monache di Prébayon, in Provenza, decisero di abbracciare la regola di vita certosina dando vita al ramo femminile dell’ordine.

 

Recensione sull’opera del Tromby e le leggende su San Bruno e Ruggero I d’Altavilla da lui riportate.

 

L’opera storiografca del Tromby in merito all’ordine certosino non ha eguali in Calabria: il monaco fu l’unico a maneggiare documenti e manoscritti – circa 130 – che non possediamo più e che andarono dispersi o bruciati.

Sul monastero di santo Stefano del Bosco egli è unico testimone attendibile, visto che vi trascorse 15 anni della sua vita monacale, rendendosi perfettamente conto di ciò che andava scrivendo sull’ordine e sul suo monastero che chiama badia e casa e certosa o “monistero” di santo Stefano

Sulla figura di San Bruno ci lascia una biografia preziosissima e ricca di dettagli, inserendo anche leggende da verificare. Come quelle dell’incontro con Ruggero il Normanno.

Per una singolare coincidenza temporale, nove secoli orsono, tra il giugno e l’ottobre del 1101, Ruggero d’Altavilla e Bruno di Colonia nascevano entrambi.

I loro percorsi esistenziali, diversamente orientati, avevano cominciato ad “incrociarsi” circa dieci anni prima, quando Bruno, lasciata la Curia romana e rifiutato l’arcivescovado di Reggio Calabria, era giunto nel deserto calabrese di Santa Maria della Torre – donato proprio dal Gran Conte – per riprendervi l’esperienza eremitica cominciata alla Chartreuse (1084) e interrotta in seguito all’appello del papa di raggiungerlo a Roma.

Bruno ardeva d’amore per la solitudine e la quiete perdute e la Calabria, terra di anacoreti, diventava il luogo in cui ridare pieno vigore al suo progetto spirituale di un rinnovamento interiore avente come solo scopo l’unione con Dio nella contemplazione.

Il Tromby attesta l’esistenza del legame che venne a stabilirsi tra Bruno e Ruggero e che le fonti successive (agiografiche, iconografiche e persino folkloriche) si incaricheranno di tramandare ulteriormente, aggiungendovi nuovi episodi che non trovano riscontro nella documentazione superstite relativa allo scorcio dell’XI secolo.

Tra Bruno – l’uomo di preghiera –  e Ruggero  – l’uomo d’azione – entrambi, sebbene diversamente, impegnati nell’edificazione dell’eremo calabrese, vennero a stabilirsi delle relazioni cordiali anche perché San Bruno, che giungeva in Calabria provenendo direttamente dagli ambienti della corte papale, quasi inevitabilmente doveva suscitare, per il grande “fascino” della sua figura, la speciale attenzione di Ruggero.

Segni di questo legame, pur nelle incertezze della memoria storica, non mancano e il Tromby dice che sarebbe stata una delle figlie del conte Ruggero d’Altavilla a donare al monastero certosino calabrese un antico e prezioso reliquiario contenente molti insigni reperti sia corporali che materiali (Tromby 1773 – 1779, IX: 345).  Mons. Andrea Perbenedetti, nella sua Visita Apostolica compiuta nella giurisdizione certosina nel 1629, riferì che le reliquie erano state donate da papa Urbano II a Ruggero il Normanno e da questi lasciate all’eremo calabrese e attribuì la donazione del reliquiario ad Adelasia del Vasto, terza moglie di Ruggero I.

Anche alcune leggende, insistentemente tramandate dalla tradizione agiografica, stabiliscono una stretta relazione tra Ruggero I e Bruno di Colonia, al punto che il reciproco aiuto in frangenti difficili e la solidarietà spirituale in momenti importanti sembra caratterizzare in modo particolare la relazione tra i due.

Una di queste leggende ci parla della scoperta di San Bruno in preghiera tra i boschi delle Serre fatta dai cani del Gran Conte, durante una battuta di caccia: ciò avrebbe determinato l’origine della fondazione della chiesa di S. Maria della Torre, essendosi il conte mosso a prodigalità per le dure condizioni di vita degli eremiti.

Altrettanto nota è l’altra leggenda secondo la quale Bruno sarebbe apparso in sogno a Ruggero, durante l’assedio di Capua, per avvertirlo del “tradimento” di Sergio, «natione Graecum Principem», e di duecento armigeri a lui fedeli, salvandolo, così, da una probabile morte.

La stessa iconografia bruniana si è ispirata al dettato delle fonti scritte per rappresentare questa visione di Ruggero del santoapparsogli in sogno per ammonirlo e salvarlo.  Un’incisione di Giovanni Lanfranco e Theodor Krüger fu  ristampata anche nella Storia del Tromby.

Ancora un’altra leggenda racconta di come il conte bramasse di assicurare la discendenza nella sua gloriosa famiglia, e reputando essere S. Brunone un valevole intercessore presso Dio per ottenergliela, lo pregò instantemente, che si degnasse di fargli avere un altro figlio: desiderio che San Bruno, secondo le fonti agiografiche, non tardò ad esaudire, suggellando il lietissimo evento  anche tramite il battesimo del futuro Ruggero II in una cerimonia tenuta a Mileto, capitale normanna e riportata dal Tromby.

Non è qui possibile procedere ad un esame circostanziato del legame che si stabilì tra Bruno e Ruggero: tale legame, in concorso con il falso storico che ha voluto vedere in San Bruno l’ispiratore della prima Crociata, è considerato, da una parte della storiografia sui certosini, una dimostrazione di un presunto ruolo “politico” del santo in Calabria.

 

Il conte Vito Capialbi (Monteleone, XIX secolo) fa una scoperta sensazionale…

Nell’ Inscriptionum Vibonensium Specimen (1845)  così egli scrive (traduzione in italiano a cura della Prof.ssa Maria Concetta Preta):

“ Nella chiesa della Congregazione del Gesù, ora  della Confraternita di San Giuseppe, (in Monteleone) accanto alla Cappella di san Francesco Saverio (trovasi questa lapide) “:

 

Sacra a Dio questa tomba

Dopo tante vicissitudini e ostacoli di terra e mare

Finalmente approdando al porto della patria

Ha ottenuto la pace tanto desiderata

Padre Benedetto Tromby

Monaco non certo infimo ma di gran prestigio

Pur (discendente) dal ceppo peccaminoso di Adamo

Appartenente all’ordine della Certosa di Santa Maria del Bosco

distrutta dal terremoto ( del 1783)

lui stesso, ancora in vita, scelse questo loculo

morì nell’anno 1788, il 16 giugno, a 78 anni,

Preghi per la sua pace il visitatore

 

Insieme alla lapide funebre del Tromby vi è quella della sorella:

 

Qui (giace) la mia carissima sorella con cui, ancor vivi,

scegliemmo il luogo che non era ancor adatto, ma incerto fin tanto chè

il destino non permise che morissimo nello stesso giorno insieme

e per quanto la morte sia tetra, giungerà graditissima dal momento che una

sola lapide ci coprirà entrambi. Infatti a coloro ai quali il sangue è comune

sarà  comune la polvere

Felicia Tromby, donna onorevole, morì

nell’anno … ?  del 1700 …  ? all’età di …?

 

Quando il Capialbi scrive era avvenuto uno scempio vandalico sulla tomba del Tromby e della sorella, che così lui riassume ( traduzione della prof.ssa M.Concetta Preta):

“Questo sepolcro fu violato in anni precedenti da una mano profana e sacrilega, e le ossa di Padre Benedetto Tromby, monaco certosino in odor di santità, uomo dottissimo, e di sua sorella Felicia, donna ugialmente rispettatissima, furono    disperse. Ciò nonostante, la prima parte del suo epitaffio è stata reintegrata nella sua sede grazie ai miei rimproveri inviati verso gli sciagurati profanatori della sepoltura. Possano avere l’ira degli dei Mani gli autori del sacrilegio!”

Il conte Capialbi rimanda dunque alla Biografia degli Uomini illustri del Regno di Napoli, in cui, al vol. VIII,ha apposto le sue note di commento sulla figura di B.Tromby.

 

 

Il frontespizio dell’opera, edita a Napoli, presso l’editore Vincenzo Orsino, tra il 1773 e il 1779 e La visione di Dom Benedetto Tromby (1710-1788)

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Prof.ssa Maria Concetta Preta