Maria Concetta Preta recensisce: “Stin nel mondo di Arlok”- SBV 18 novembre 2016

In occasione della presentazione al sistema bibliotecario vibonese il 18 novembre 2016, La scrittrice Maria Concetta Preta recensisce il libro:

 

STIN NEL MONDO DI ARLOK – Al di là dei cancelli: la libertà è l’amore.

di Franco Ciancio

 

SUGGESTIONI E TOPOI LETTERARI RISCONTRATI.

L’APPARENTE SEMPLICITA’

LO SCHEMA DELLA FIABA

LA DICOTOMIA TRA POETICITA’ E ANALISI RAZIONALE

 

Per prima cosa, occorre presentare l’autore.

Chi sia F. Ciancio lo si evince dal dovizioso curriculum riportato nel retro-copertina dal quale risalta la sua formazione in campo professionale, politico, sociale, ma non letteraria in senso stretto.

Ingegnere con dopoia laurea, già sindaco del suo paese, Sant’Onofrio (VV), ha ricpoerto diversi incarichi nella pubblica amministrazione ed è socio di diverse associazioni.

Impegnato nel sociale e nel campo professionale, Franco C. non è un letterato sic et simpliciter, e d’altronde per scrivere non bisogna esserlo, altrimenti ci sarebbe una sorta di omologazione.

Voglio ricordare che Montale, premio Nobel, proveniva da studi tecnici.

Franco Ciancio è uno scrittore maturo che appartiene alla mia generazione. Questo che presento è il suo debutto in campo letterario, sicuramente preceduto da una fase iniziatoria e preparatoria, avvenuta, presumibilmente, in giovane età.

Di questa fase colgo nel libro una freschezza e una certa “ingenuità” di fondo che è tipica di chi si avventura per la prima volta su questa strada.

Perché quello dello scrittore è un bellissimo viaggio che ha come mèta il conoscere sé stessi e il mondo.

Esordisco col dire che il libro mi ha fatto pensare molto al “Piccolo principe” – anima delicata che coglie nella realtà disillusioni e frustrazioni.

Vi ritrovo lo spirito del “fanciullino” pascoliano – la fantasia e soprattutto quello che io ritengo il tema fondamentale del libro:

Lo STUPOR MUNDI, che riscontro pure in un idillio leopardiano che voglio accostare allo spirito di Stin: il “Canto notturno di un pastore errante” – per l’osservazione del reale e il senso di commozione.

Grandezza del mondo e piccolezza dell’uomo sono due elementi non sempre in connubio. In questo caso è anche una questione di età, perché Stin è un ragazzo che si approccia alla vita, vivendo uno dei momenti più delicati, il passaggio dell’adolescenza alla giovinezza.

Ingenuo è il protagonista, ingenuo lo scrittore: identificazione che costituisce un pregio, non un lato debole.

Come Stin che pensa, così Ciancio dà vita a una scriptio continua che mi ricorda il flusso temporale e il flusso della coscienza usato da G. Berto ne “Il male oscuro” o da J. Joyce in “Gente di Dublino”.

Rispetto ai due colossi della letteratura, che hanno dato vita a due capolavori per certi versi inenarrabili nella loro intoccabilità, questo libro ha il pregio della facilità narratologica, dell’approccio immediato, direi quasi ludico, alla maniera di un certo Calvino – apparentemente semplice – o di un Mario Lodi. O, meglio ancora, di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, universalmente conosciuto come il papà di Pinocchio.

E’ dalla grande lezione di Pinocchio che discende molta letteratura che erroneamente si classifica “per ragazzi” e che a torto viene ritenuta “minore”. Da qui attinge indirettamente Ciancio.

Di primo acchito il suo libro induce in questa tentazione: classificarlo come un libro per ragazzi.

Ma non lo è. O almeno esclusivamente non lo è.

E’ risaputo che anche le fiabe più semplici – da quelle della buonanotte a quelle esemplari, da quelle del focolare a quelle eziologiche, orali o scritte, popolari o borghesi che siano … – servono di gran lunga più che ai bambini agli adulti per portarli a riflettere perché in esse vi ritrovano categorie universali dell’essere trasposte in modo apparentemente semplice. Non sono io a dirlo, ma Vladimir Propp. O lo stesso Italo Calvino.

Ecco, il libro di F.C. è “apparentemente semplice”, sia nella trama che nel linguaggio. Di una semplicità disarmante che va capita, spiegata, scandagliata. Decodificata.

Proprio come una fiaba, apparentemente semplice. Perchè questa rimane per me la sua chiave di lettura.

Un libro così è più difficile da recensire rispetto a un libro dotto, almeno per me che provengo dal mondo classico. E di questo background porto sempre suggestioni e topoi.

Il libro di Ciancio mi ha ricordato – sempre indirettamente – lo scrittore sofista Luciano di Samòsata che, con il suo caustico e sulfureo modo di scrivere, ha paradossalmente messo in ridicolo tipi e atteggiamenti umani per arrivare alla costruzione del suo personaggio: Lucio o l’Asino.

Ne fu un suo epigono il latino Apuleio di Madaura, in verità un africano imbevuto di neoplatonismo, che nel II sec. d.C. riprese il fantasmagorico viaggio lucianesco nel suo Asinus Aureus riproponendo il nome Lucio per il suo protagonista.

Quanto Collodi debba soprattutto al brillante e attualissimo Luciano è cosa risaputa. Ci sono invenzioni del romanzo lucianesco ripresi dal Pinocchio, come il motivo – che si fa topos – del viaggio nel ventre della balena.

Quello di Stin è un viaggio oltre che fisico anche metafisico, proprio come in Luciano, noto per i suoi Dialoghi di ginnasiale memoria. O in Apuleio, dove si compie l’iter della conoscenza. O in Pinocchio in cui varie prove bisogna superare per diventare grandi, e pure quella della metamorfosi.

Come potrei definire il racconto di Stin che ho letto d’un soffio? Un sogno arricchito da riflessioni, un incontro tra poesia e prosa: la prima sognante evanescente, leggera… la seconda raziocinante, lucida, caustica.

Uno schema tipico: qualcosa che vagamente mi rievoca l’atmosfera delle Operette morali di Leopardi che proprio da Luciano attinge.

Un mix tra poeticità che è slancio verso l’ideale dunque sogno e prosasticità che invece è l’arido vero, che qui traduco in: la realtà coi suoi problemi.

Come dire: il bello col brutto. Bello inteso come categoria morale: agathon, che è pure l’utile e il brutto, il to kakòn, è ciò che non vorremmo che vi fosse, o che accadesse, ma che invece esiste ed è.

Lo slancio verso l’universalità del sogno e la caduta in basso verso ciò che è terreno, dunque meschino o vile (kakòs) determina il dissidio spirituale, che è quello che vive Stin che vede tarpate le sue ali, un po’ come un novello Icaro che però quel volo tarda a compiere forse perchè sa già che son fatte di cera le sue ali e si scioglieranno.

Dunque nasce lo scontro tra illusione e disillusioni, che appartiene a tanti poeti, Leopardi in primis.

Perchè passo dagli accostamenti prosastici a quelli poetici? Semplice: perchè sono – ripeto – le due direttrici del libro o meglio i due invisibili fili che legano l’ordito:

– la poeticità di fondo che risiede in quello Stupor mundi pascoliano o leopardiano e che tenderebbe alla felicità ossia l’amore, la libertà, la giustizia … per dirla alla maniera stoica: il Sommo Bene

– la riflessione filosofico-esistenzialista con punte di pessimismo o sfogo esistenzialista, sorretto da un’analisi lucida e spietata che porta all’incenerimento dei sogni di Stin.

 

Ho lasciato in fundo elementi che ritengo i “marginalia”, cioè non minori o di poco conto, ma che fanno da corollario al lavoro.

1.La copertina. In verità è ciò che colpisce il lettore in pectore che in primis deve esserCiancio2Ciancio3 l’acquirente. Perché se non c’è acquisto non c’è lettura. Scrivere un libro è operazione commerciale. I libri bisogna venderli, è indubbio. Perciò se l’occhio, prima che il palato, vuol la sua parte, la copertina è importante quando lo scrittore non è conosciuto attraverso altri canali.

Qui vediamo un quadro dell’A. stesso che scopriamo dilettarsi di pittura. Mi colpisce l’assenza di elementi umani o animaleschi nel quadro in cui in primo piano è messa la casa: è chiaro il motivo. Per Stin la casa è guscio, rifugio, protezione, almeno fino a un certo punto. La casa è luogo dei sogni di ragazzo ma anche dei sogni infanti, perché in casa si scontra con la famiglia dalla quale è “Incompreso” quasi alla maniera di Florence Montgomery. Nel quadro però c’è il cielo dove si libra in volo Stin col suo anelito di purezza e libertà.

Non dimentichiamoci che, nel suo piccolo, Stin è un eroe. Non dobbiamo pensare all’eroe come a colui che compie grandi imprese, ma come una persona che decide di auto-determinarsi in un contesto negativo che lo contrasta. Eroe del quotidiano, o “delle piccole cose”. Stin come uno dei tanti “humiliores” della letteratura, persona comune che si avventura sul sentiero della vita e compie la sua avventura di crescere e riconoscersi come individuo.

Perché è questo il messaggio che l’A. ci dà, attraverso la metafora di Stin: che la vita è un viatico e dobbiamo imparare a conoscere prima noi stessi degli altri. Con lo Ghnoti seauton di delfica memoria, Ciancio ci consegna il suo personalissimo lavoro, frutto di un’ analisi condotta con moralismo e autenticità, in cui appare a volte sdegnato e rigoroso, non troppo bonario verso certe inflessioni sociali. Forse perché lui, come Stin, rimane un grande sognatore.

 

Mi ha incuriosito l’incipit in cui assistiamo quasi alla schiusa dell’uovo da cui nasce ex abrupto Stin, che si trova catapultato nella realtà e ne ha paura come, appunto chi nasce dopo esser stato immerso per tanto tempo nell’ambiente caldo e protettivo della placenta, che qui è la casa. Cammina cammina – intercalare fiabesco – incontra la sua salvatrice, la fata turchina di oggi, Laura (evocazione petrarchesca?) e ritrova una certa serenità finchè … non ripiomba nello sconforto e il barlume di gioia scompare.  E stin inizia a ripiegarsi su sé stesso, a ripensare al crollo dei miti in una realtà – la Calabria – dove non è facile dar vita ai propri sogni.

E poi anche la famiglia, che per i calabresi è fondamentale, è pure mutata e non c’è più dialogo e intesa, perché è trascorso il tempo delle favole.

Il rimpianto per un mondo passato, per un’Arcadia perfuta, porterà Stin, dopo una serie di prove, a sconfinare in un mondo onirico e perfetto: Arlok.

E qui mi riallaccio al viaggio metafisico o fantasmagorico alla maniera di Luciano, che fa compiere un’incursione sulla Luna al suo eroe, preludendo il viaggio fantascientifico alla Gulliver di J. Swift o di J. Verne.

Ci fu un tempo in cui fu l’Arcadia quella che oggi è la Calabria. Una terra bellissima e perfetta ormai insozzata dall’umanità.

Ma, come fa Stin, dobbiamo tutti noi costruirci il nostro mondo dove coltivare sogni, speranze, illusioni e una forma di riscatto dalla monotonia dell’esistere. Forse, quella di Stin, è la ricetta della felicità, che consiste nell’apprezzamento delle piccole cose e nella gioia di aprire gli occhi e trovarsi in un mondo nuovo. Non un Paradiso perduto, non una lontana arcadia, ma la nostra isola. Che c’è.

 

MCP