MUTA DEVI STARE! STORIA DI SILENZIO IMPOSTO NELLA CALABRIA DI OGGI – di M.Concetta Preta

Calabria, 1999. Anna Maria ha tredici anni, vive a San Martino, piccola frazione di Taurianova, e c’ha le farfalle in testa, come tutte le ragazzine della sua età. E’ troppo piccola per capire che i grandi l’hanno puntata come facile preda e che si vogliono approfittare del suo candore.
 Il tunnel di dolore che segnerà la sua vita ha inizio quando il ragazzo di cui lei è innamorata, dice di volersi fidanzare con lei. A tredici anni, schiava di una cultura secolare che assegna al matrimonio il momento di realizzazione della donna, Anna Maria, con l’intento di bruciare le tappe, già sogna l’abito bianco, il nido d’amore, i bambini. Vola alta la sua fantasia.

  Quando un giorno il ragazzo le chiede di andare a fare un giro in macchina, lei lo segue senza chiedere cosa accadrà. Arrivati in campagna, ad aspettarli c’è un altro ragazzo: i due le fanno proposte oscene e Anna Maria viene violentata senza neanche capire, tra le lacrime. “Se parli, sei morta”.

 

  E’ l’inizio di una spirale di abusi e stupri. Gli aguzzini aumentano, si sparge la voce in paese dove, forti di una cultura maschile che li vuole “predatori” per diritto naturale, essi godono di “rispetto”. Si tratta di adulti: lavoratori, mariti, fidanzati … gente all’apparenza insospettabile. Ma ci sono pure i mafiosi che girano con la pistola in tasca. Un giorno gliela infilano in bocca e la minacciano nuovamente di morte se va a parlare con qualcuno.

  Sconvolta da quanto le è accaduto e che si ripete contro la sua volontà, Anna Maria si sente “sporca” e indifesa. Vorrebbe parlarne alla madre e al padre, ma ha paura che la caccino di casa. Decide così di affidarsi alla fede in Dio e di raccontare tutto al parroco, don Antonio, a cui chiede un aiuto fattivo.
 Sbagliato. Il prete la obbliga a pentirsi e a non fiatare, preoccupato che scoppi uno scandalo. “Figlia mia, pentiti!” Così decide di affidarla a una suora, suor Mimma, per farle espiare i suoi “peccati”, a cui racconta che Anna Maria ha fatto sesso con un uomo più grande ed ha paura di essere rimasta incinta.  La suora, dopo averle fatto il test di gravidanza, risultato negativo, pensa di allontanarla dal paese e la porta in un collegio di consorelle a Polistena. Ma anche qui Anna Maria viene rifiutata, perché “non è vergine” e potrebbe influenzare negativamente le altre educande.
  Anna Maria non capisce perché viene rigettata, non sa neppure cosa voglia dire “non essere vergine”. Dopo quella volta la suora non è andata più da lei e lei non è tornata in chiesa.
  Ma intanto le violenze riprendono e continuano. Anna Maria ha paura, teme che si sparga la voce e possa farsi una brutta fama, pensa che se non li “fa arrabbiare, se li accontenta, loro manterranno il segreto”.  Quando però i suoi aguzzini arrivano a chiederle di portare con sé la sorellina, scatta lei il meccanismo di difesa, di protezione del nido familiare e della bambina, rimasta – a sua differenza –  “pura e inviolata”.  Anna Maria trova la forza di andare dai carabinieri, in nome dell’amore fraterno.  “Mia sorella non si tocca!” questo le dice il suo cuore grande e immacolato. “Già basta quello che hanno fatto a me. Lei no.”
  Dopo tre anni di abusi, minacce e silenzio imposto dalla forza, dalla paura, dall’ignoranza, a 16 anni decide di dire basta. E’ l’amore per la sorellina che le dà la forza di denunciare.
  A quel tempo Anna Maria lavora in una rosticceria a Taurianova. Il 15 settembre 2002, quando vede entrare nel locale il maresciallo dei carabinieri, si fa avanti e parla.
 Il giorno dopo entra, per la prima volta, in caserma. E la sua vita cambia, radicalmente. E pure quella della sua famiglia. Scoppia una bomba e il paese reagisce male: tutti contro di lei, nessuna solidarietà.
 Ma Anna Maria si sente per la prima volta forte e sicura di fare la cosa giusta. Scopre dentro di sé, l’amore per la libertà, grazie a sua sorella. Libera da ogni senso di colpa, che le hanno inculcato, denuncia coloro che le hanno rubato l’adolescenza, rompendo l’omertà e lasciando sbalorditi i suoi violentatori e le loro donne. Questa esperienza le darà coscienza e consapevolezza della forza delle relazioni tra donne.
 Ci sono donne e donne. Quelle vere, in primis l’avvocatessa che la difende, la sosterranno durante il processo. E poi ci sono le donne del paese, che si metteranno contro di lei, la insulteranno, la isoleranno, per costringerla ad andare via, perché porta “la malanova”.
  Ma Anna Maria sarà creduta, si avvieranno le indagini, si arresteranno i suoi stupratori, il giudice li condannerà.
Le minacce di morte verso la sua famiglia non la smuoveranno a ritirare la denuncia. Gli accusati vengono arrestati e rinviati a giudizio. I genitori di lei, impauriti, le chiedono di ritirarla, ma di fronte alla sua determinazione, la madre si associa alla denuncia della figlia.
   Rosalba Sciarrone, la sua avvocatessa, sarà la presenza necessaria da cui trarre forza e sicurezza nella legge. Anna Maria affronta il processo a testa alta, anche se i difensori degli accusati cercheranno di trasformarla da vittima in carnefice.
Il paese si ribella: mogli, madri, sorelle, parenti degli imputati si alleano contro la “ragazza facile”,  la “rovina-  famiglie” Nessuno inveisce contro loro, gli uomini.
   Anna Maria è sempre più determinata, vuole riprendersi la vita che le hanno rubato. Alla fine del processo ha vinto, è stata creduta. Finalmente è libera. Dopo le condanne, la sua vicenda arriva su tutti i mass -media. Partecipa alla trasmissione Chi l’ha visto? Tutta Italia così viene a sapere di lei e di quel paesino della Calabria che l’ha oltraggiata, offesa, isolata, condannata per aver rotto l’omertà.
 Le donne del paese reagiscono. Si organizzano in comitato, scrivono ai giornali, insinuano che Anna Maria ha fatto tutto per avere notorietà e guadagni economici. Organizzano una manifestazione contro quella che definiscono una criminalizzazione mediatica di tutto il paese. Gli uomini si difendono, dicendo di non essere tutti degli stupratori. Le minacce e gli insulti contro Anna Maria diventano più forti. Le uccidono il cane, le insanguinano i panni stesi, le telefonano a tutte le ore del giorno e della notte con minacce e insulti. Vogliono che lei e la sua famiglia lascino il paese. Lei denuncia per stalking i vicini di casa, le donne che vogliono cacciarla.  Scrive al presidente della Repubblica, ai carabinieri, al giudice del tribunale a Palmi per chiedere aiuto per sé e la sua famiglia, perché non vogliono lasciare San Martino.
  La madre di Anna Maria risponde pubblicamente alle donne del comitato, difende le scelte della figlia e respinge qualsiasi accusa di “vantaggio economico”.  La ragazza e la faniglia vengono messe sotto scorta e poi entrano in un programma di protezione.
  Anna Maria ha messo in discussione la regola del silenzio da parte delle donne, sempre e comunque. Una piccola grande donna, con la dignità e il coraggio di essere donna contro ogni sopruso e violenza proveniente dal mondo maschile.
  Alla sua storia prendono parte molte donne, venute da ogni parte del sud.
 Oggi Anna Maria è emblema del coraggio e dell’autorità per dire alle altre di non accettare la violenza sul proprio corpo, di rompere l’omertà per riappropriarsi della propria vita. Lei è la Calabria che è già cambiata, grazie alle donne. La coscienza della propria libertà non si può fermare, anche se il costo, che molte donne stanno pagando, è altissimo, a volte anche con la propria vita.
Questo non è un racconto inventato da me. Potrebbe esserlo perché, come ho scritto più volte, la realtà risulta più cupa e supera – di gran lunga – l’immaginazione quando si tratta di violenza contro le donne.
Questa è la storia vera di una vera donna: Anna Maria Scarfò.       femminicidio-donne-uccise-nel-2012-1-113210_L