Racconto di M.Concetta Preta: “Legame perverso”

Maria Concetta Preta, “la scrittrice delle donne” regala al suo pubblico questa settimana un esclusivo racconto completo!

 

“Legame perverso”.

 

La notizia che diventerò madre mi ha lasciato perplessa. L’ istintivo moto di gioia è stato smorzato dal pensiero della mia triste situazione, mentre nasce la paura che un figlio aggraverà lo stato del mio matrimonio, se così si può chiamare il ménage che vivo con Luca. Inizio a lievitare e, man mano che la pancia si gonfia, la mente si alleggerisce e, gettata la zavorra delle cupe idee, prendo a galleggiare in un cielo finalmente terso. Sono incinta e Luca non mi si avvicina più, non mi tocca più, non mi brutalizza più. Vorrei che questa gravidanza durasse per l’intera mia minuscola vita.

Ho solo vent’anni, ma è come se due vite si sovrapponessero in me. Penso d’aver vissuto troppo, mi è accaduto di tutto nel giro di cinque anni, c’è da impazzire. Sono Rosaria, nasco in un paesello sperduto sull’Aspromonte, là dove nessuno vuole metterci piede, dove Garibaldi fu ferito, dove un tempo c’erano i briganti e le streghe, dove ora ci sono le cosche e nascondono i ragazzi rapiti al Nord. Un luogo dimenticato da tutti, pure da Dio. Ma io ci vivevo felice, ignara e primitiva. In una casetta di mattoni crudi, fango e frasche, senza pavimento, per letto avevo un sacco di paglia, dietro il fico facevo i bisogni, mi lavavo nella fiumara, dove sciacquavo i panni, pascolavo le tre caprette quando mia madre era incinta o accudiva ai miei quattro fratelli, raccoglievo frutti di bosco e intrecciavo ginestre per farne canestrelli da vendere alla fiera del paese. Ci scendevo ogni domenica, al paese, per la messa, con tutta la famiglia. Lungo la mulattiera, in groppa a un mulo mia madre col neonato, gli altri a piedi, scalzi. Masticavamo polvere lungo quel sentiero, si usciva puliti e si tornava sporchi. Dalle mie parti non ci si lamenta mai, tutto si fa a testa bassa, è una maledizione il destino assegnato. Nessuno può cambiarlo, tutto è segnato. Essere donna, poi, è una iattura. In una terra bella ma pericolosa, povera e arretrata, dove si parla solo il dialetto e le famiglie hanno cinque o più figli … quale futuro per una donna? Ero una schiava, null’altro, un ostaggio di mio padre, un peso di cui liberarsi al più presto. A quindici anni un paesano mi aveva messo gli occhi addosso, per maritarmi al figlio. Mi guardava come se fossi una giovenca o una mula, buona per faticare e partorire maschi robusti. L’avevo capito dai discorsi di mio padre con mia madre, di notte, quando credevano che dormissi. In verità mia madre non voleva che me ne andassi così presto, in fondo le faceva comodo che la aiutassi e forse non si augurava che io facessi la sua stessa vita, ogni due anni la pancia gonfia, la schiena già curva a trenta anni, i capelli imbiancati, le mani avvizzite. Una donna che non sorrideva mai, sempre chiusa nel suo silenzio e nella rassegnazione. Mio padre, ben contento che qualcuno mi avesse richiesto, aveva un unico cruccio: una dote insufficiente con cui accompagnare la mia sortita e pochi denari per un matrimonio decente, per non perdere la faccia in paese, visto che rimanevo la primogenita. Dalle mie parti è un guaio avere una figlia femmina e prima te la levi di casa, meglio è. Ero solo un peso inutile o un pericolo di cui disfarsi.

Venne dalla capitale Luca, a cacciare cinghiali, e vide una pastorella scalza e infreddolita tra rovi e felci. Volle salvarmi da quel mondo, portandomi nel suo. Sedici anni avevo allora, e quell’uomo adulto implorava il mio amore fanciullesco dicendomi quant’ero bella e fragile e che mi avrebbe ricoperta d’oro e seta.

Ma dell’idillio fatto di abbracci impetuosi che schiudevano orizzonti imprevedibili, avanzò presto una malinconica apatia. Appena smisi di fare la bambola di gomma, subentrò il rancore, l’odio, la brutalità.

Chi è in fondo Luca? Un bambino che si rifiuta di crescere, un egoista che incarna il finto ruolo di marito e che mi fa le scenatacce – e qualcos’altro – ogni volta che lo inchiodo alle sue responsabilità ricordandogli che non sono la sua schiava, anche se m’ha comprata.

L’ho sopportato i primi tempi questo maschio dispotico che spadroneggiava sul mio corpo, che se ne andava sbattendo l’uscio ogni volta che lo rifiutavo e si consolava nelle braccia di un’altra compiacente alle sue profferte. L’ho riaccolto nel mio letto perché tornava con lacrime, promesse, lusinghe … bugie. Per un po’ ricominciava a dipingere – la pittura è tutto per lui, quando non va a caccia –  mi voleva per ore e ore nuda e ferma a fargli da modella, mi trattava da musa … poi – non so come e perché – riecco la sua ossessione di perdermi, e così mi legava alla sedia e mi riempiva di botte.

Che me ne faccio dei ritratti che mi regala per farsi perdonare? Ne ha dipinto uno gigantesco, che campeggia nell’ingresso ad ammonire che io sono la regina della casa … e del suo cuore morboso. Dice che nessuna regge il confronto con me, che gli sono indispensabile come l’aria e che il nome che porto – cioè quello che lui mi ha dato, Priscilla – mi pervade di un’aura di sacrificio e di pietà. Priscilla sarebbe la persona più importante per Luca, l’unica e sola capace di sconvolgerlo, che profuma di mandorle e gelsomini, di sambuco e aneto, di mirto e mandarino … selvaggia e bella come la terra dov’è nata, ma anche fiera e irriducibile come quelle madonne che si portano in spalla nelle processioni, inavvicinabili e altere. Ma io non sono Priscilla, ma Rosaria.

Non piaceva a Luca il mio nome, troppo paesano e meridionale. Dovevo cambiarmelo, doveva plasmarmi a suo piacimento il pittore romano che ha per hobby la caccia e che si invaghì della mia immagine in un bosco, mentre mi lavavo ad una fonte, spiandomi come se fossi stata una ninfa silvestre in un momento di fragile caducità. M’ha ordinato di far morire quella Rosaria e di seguirlo alle sue mostre e ai vernissages che l’hanno consacrato artista del contemporaneo. Il pittore e la sua modella, muta come un sasso, algida e inanime. Che legame perverso! Ma io mi sono stufata presto di lui, del suo delirio, delle sue fobie. Che me ne faccio di un quarantenne che fa fatica a crescere, che si comporta da egocentrico dentro e fuori casa? Quando lo metto con le spalle al muro, ammette l’ultima scappatella fatta per il desiderio di apparire forte e impavido. D’altronde Luca con le altre ci riesce a sentirsi sicuro come una quercia, solido come gli ulivi saraceni della sua terra d’origine, abbandonata per sfuggire alla miseria dopo la guerra, invece con me è solo un fuscello o una canna sbattuti dal vento. Davanti al mio ventre odoroso di ginestra e al seno piccolo e sodo come un caciocavallo … Luca è un naufrago che annaspa nella procella e cerca tra i flutti un corpo forte cui aggrapparsi. Perché per lui io sono una roccia a cui aggrapparsi in preda ad un panico profondo, da fanciullo. Non sono io alla sua mercé, ma viceversa. Non sono gli schiaffi – prima erano solo innocenti buffetti – a renderlo forte … gli fa paura il mio sguardo carico d’odio con cui lo misuro da una distanza inavvicinabile. Sono io a minacciare, non il contrario.

Ed ora questo pancione sempre più prominente, con cui dimostro la mia onnipotenza, racchiude un essere astratto per lui. Figlio mio, non suo.

D’altronde io mi sono via via concessa con crescente riluttanza, con gesti severi … ora sono solo sazia dell’amore per il nascituro: Luca per me non esiste più. Il mio corpo ovattato e rotondo, in cui vorrebbe rifugiarsi, avido di una primitiva nostalgia, è diventato insofferente. Seducente per lui la ritrosia più della compiacenza, eccitante rivestire i panni del cacciatore … Priscilla è la preda che gli sfugge di mano e lo obbliga a diventare cattivo e prepotente come un tiranno insaziabile. Quante volte mi ha spinta sul letto, inchiodandomi col peso del suo corpo, schiaffeggiandomi, impazzando su di me finché non mi sono arresa e riversandomi nel ventre l’amarezza d’un amore disperato. Un crescendo di brutalità tra singhiozzi soffocati, urli smorzati, carni illividite da pizzicotti e pugni, pelle bruciacchiata dalle sigarette, bernoccoli sul capo sbattuto contro la parete, guance arrossate da sberle, braccia punteggiate da morsi. Ma io sono Priscilla e sopporto da vera martire e non m’inginocchio pietosa al mio padrone. Dopo tutto quello squallore mi lavo, mi rivesto e gli sputo in silenzio tutto l’odio che ho in corpo. Luca s’eclissa tra i suoi quadri, confinandomi nel mondo delle apparenze. Un paesaggio o una natura morta trasleranno dal reale alla rappresentazione su tela, smarrendolo nei meandri dell’alienazione che dà vita a veri capolavori, come se la magia dell’arte possa nascere dal delirio della perversione.

Dalla sua violenza ora è nato dentro di me un fiore. Sarà grazie a lui se riuscirò a guarire dal dolore che mi dilata e deforma gli altri sentimenti. L’amerò di un amore esagerato la mia creatura, l’alleverò lontano da Luca, tra i mei monti, torrenti e vallate. E’ lì che me ne vado perché la Terra, grande madre, mi rivuole con se.        Autoritratto giovanileimagesFoto collettivo pittoricopubblico

MARIA CONCETTA PRETA COPYRIGHT 2014 – Il racconto è stato rivisto, ampliato ed editato nel 2015 nella raccolta: Rosaria, detta Priscilla, e le altre” ed. Meligrana