Rosaria detta Priscilla e le altre: storie di violenza e femminicidio – recensione a cura di Claudia Piccinno – poetessa

donna che soffredonna 1femminicidioCenni sul contenuto

Le donne raccontate dall’autrice sono persone forti, che combattono una battaglia antica e sempre attuale: quella contro gli uomini, incapaci di ricambiarle e di confrontarsi col loro rifiuto. Si tratta di personaggi che, alla stregua di eroine tragiche, lottano e non si arrendono se non di fronte alla forza e alla morte. Davanti a loro, gli uomini si rivelano ragazzini che stentano a crescere e che confondono la passione con il possesso. L’opera si risolve in una perfetta pluralità di voci non convenzionali, di ritratti non stereotipati, in emblemi di coraggio, disobbedienza, riscatto, speranza. 11986514_523156214503790_6848179451157527509_n

 

Ne è simbolo Rosaria “detta Priscilla”, a cui il compagno impone un nuovo nome e la sua legge, condannandola a pagare un duro prezzo per la sua ribellione. Nel libro si trovano inoltre le testimonianze romanzate di due fatti di cronaca finiti in tragedia: lo stupro di Liviana Rossi e il caso di femmincidio ante litteram di Francesca A’elemento debole, la donna. È inoltre presente un commovente ricordo poetico di Melania Rea, uccisa nel 2011 dal suo partner. Un racconto fatto con indignazione, speranza, mai con rassegnazione. Un’opera che coinvolge e fa riflettere. “Per non dimenticare il cammino verso la libertà di chi ci ha precedute, per costruire la felicità in un mondo nuovo fatto dalle donne per le donne.”

Recensione di uno dei racconti:

ELISABETTA, LA MUTA:

La storia narrata, ben scritta e intimamente sofferta dalla protagonista, si distingue per la resa spontanea e torrenziale di fatti e sentimenti, assolutamente asciutta e senza compiacimenti propria di chi con assoluta consapevolezza di sé, traccia la linea per una “revisione dei conti” dell’anima e del corpo. E viene la liberazione, la riconquistata libertà interiore come dopo una confessione davanti ad un sacerdote, il lettore, chiamato a inginocchiarsi di fronte alle proprie presunzioni sociali, giuridiche, esistenziali, antropologiche. E con la liberazione della protagonista viene la speranza dell’assoluzione, anche di chi la giudica, di fronte al Dio della vita. Il prezzo è pagato.

 

PREFAZIONE DELL’AUTRICE – M.CONCETTA PRETA

La violenza dell’uomo contro la donna esiste da sempre.

Le donne per secoli sono scese a patti col potere maschile

mediando, dialogando, accettando e subendo sconfitte.

Molte si sono alleate col potere dell’uomo, le più si sono

arrese. Esse si sono dovute confrontare quotidianamente

con la sofferenza e la frustrazione, imparando a morire interiormente.

Ma alcune hanno provato a rinascere, creando

per se stesse, nelle situazioni più disperate, un’alternativa

al dolore e una via di fuga alla morte.

Il disagio inizia spesso in casa, che dovrebbe essere il

luogo più sicuro per viverci. Si va dalle molestie psicologiche

alle micro-violenze, e non si tratta sempre e soltanto

del compagno (fidanzato o marito), ma anche di padri, fratelli,

parenti. La storia delle donne è costellata di abusi, ricatti,

maltrattamenti. Il loro nemico spesso vive sotto lo

stesso tetto, non sempre sta fuori. Nella coppia il conflitto

inizia con piccoli screzi, gesti e parole, di cui all’inizio lei

quasi non si accorge: uno sgarbo, una parolaccia tra mille

“ti amo”, un’offesa per niente, o un pizzicotto, un buffetto.

Fesserie che però diventano frequenti. Lei a volte risponde,

a volte no. E intanto si abitua. Lui continua. Finché

la vessazione è quotidiana. “Non sei più capace di cucinare”

= Squalificata. “Ti sei vista allo specchio? Hai la

cellulite, fai schifo” = Derisa. “Io non ti ho detto niente, ti

inventi tutto. Sei pazza” = Incolpata. “Se entro le sette

non sei a casa, mi arrabbio” = Controllata. Poi i divieti:

“Niente gonna, niente tacchi, no rossetto, zero amiche”.

Dalle umiliazioni l’uomo passa alle botte. Alla fine lui e

lei sono incappati in una spirale di violenza in cui l’uno è

dipendente dall’altra. Lui perché ha bisogno di esprimere

all’esterno il potere, che non sente di avere dentro di sé;

lei, sottomessa e spogliata delle sue qualità, ha bisogno della

scossa dell’uomo per sentirsi viva.

È sbagliato dire che “la donna se l’è cercata”. Negli a8

mori malati c’è un graduale adattamento alla violenza, frutto

del plagio e della manipolazione, lenta e logorante, esercitata

dal partner sulla compagna. Spesso lei non se ne va

subito, a volte non se ne va mai e si lascia uccidere. Il numero

di denunce resta basso, sale invece quello dei femminicidi.

Ai centri anti-violenza arrivano donne che balbettano

e tremano, trascurate e svuotate, che non sanno

più fare il loro lavoro, non ricordano più quello che hanno

studiato, non si riconoscono come individui. Consumate,

alienate, depresse. In pochi le hanno credute. Perché lui

con gli altri è un fiore, con lei una bestia.

Voltare pagina e rinascere è un’impresa che richiede

tempo e tantissima pazienza, come recuperare un tossico

di eroina. È un percorso di cadute e risalite, di crisi di astinenza

dal male e voglia di liberarsene. Riconoscere la violenza

subita è una presa di consapevolezza difficilissima. È

l’ostacolo più grande da superare per emanciparsi. La

donna all’inizio dice: “Sì, è vero mi ha fatto del male”, ma

perdona, giustifica, scambia il possesso per amore,

l’autoritarismo per protezione. Ha i sentimenti verso di sé

anestetizzati, è incapace di percepire il male contro di sé.

C’è come un involucro tra lei e il mondo, una forma di

protezione innescata dal cervello per sopravvivere e non

scomparire del tutto. Imparare a volersi bene è fondamentale,

è il primo passo.

Un altro errore è pensare che l’uomo violento sia un

mostro. Non si nasce aggressivi, lo si diventa. Così la donna:

non nasce debole, ma arriva a esserlo.

Tante le cause, ognuna col suo bagaglio di disagi. Spesso

lei è reduce da situazioni simili vissute in famiglia e tende a

riprodurre lo stesso schema, oppure è cresciuta con le svalutazioni

di uno dei due genitori. In ballo, per lui come per

lei, di sicuro c’è un buco di affetto da colmare. La violenza

non è solo un problema femminile, ma anche maschile.

L’educazione ai sentimenti è importante, ma a scuola non

esiste come materia lo studio dell’affettività e bisognereb9

be renderlo obbligatorio, insieme all’educazione sessuale.

“La violenza non si risolve con la prigione. Bisogna partire

dai giovani, bisogna insegnare loro ad amare se stessi” ha

detto più volte Paola Lettis, vice presidente di Telefono

Rosa.

Questo libro offre uno spunto di riflessione sull’universo

“uomo-donna”. È destinato a tutti, ma soprattutto ai

giovani, perché leggendo capiscano.

L’ho scritto perché non si parlerà mai abbastanza della

violenza verso le donne e perché narrare è per me soprattutto

non dimenticare, dando voce a chi non ha potuto

usarla. La parola, scritta e parlata, è e sarà sempre strumento

di conoscenza, progresso, riscatto e speranza nel futuro.

Scrivere questi racconti, per lo più in forma di monologo,

è stato per me un pugno allo stomaco e mi sono ritrovata a

commuovermi, soffrire, ribellarmi insieme alle mie donne di

carta, chiedendomi perché? Per due di loro, Liviana Rossi e

Francesca Alinovi, ho attinto dalla cronaca, andando alle

radici del fenomeno “femminicidio”. Pur usando la fantasia,

mi sono sempre rapportata alla realtà, che purtroppo

risulta più cupa dell’immaginazione.

Alcuni racconti hanno uno sfondo ben preciso e diventano

indagine storico-sociologica ma, soprattutto, psicologica.

In essi trapelano le voci lontane di un’epoca, di cui le

donne – emblema del coraggio – sono testimoni. La discriminazione

ne è, accanto al malessere e alla violenza, la

chiave di lettura.

Anche se alcune storie non si chiudono con la morte,

l’atmosfera rimane comunque dolorosa, come lo è stata la

storia delle donne. Per non dimenticare il cammino verso

la libertà di chi ci ha precedute, per costruire la felicità in

un mondo nuovo fatto dalle donne per le donne.