School writing di T.Preta: Intervista immaginaria a C.Pavese di una maturanda

 Gentili, lettori
ecco oggi una breve ma significativa prova di scrittura creativa che spesso propongo agli allievi della mia cattedra di Letteratura: l’intervista immaginaria.
A volte, sulla scia di Umberto Eco, diventa semiseria e faceta, ma non in questo caso. Si tratta, infatti, del grande Cesare Pavese che scrisse libri drammatici e che scelse il suicidio come liberazione dai mali dell’anima che lo affliggevano.
La mia allieva Jessica, che frequenta il quinto anno del Liceo Classico Morelli di Vibo V., dopo aver letto il romanzo che le ho consigliato, ne ha ricavato, anziché la classica recensione, questa prova di scrittura che vi invito a leggere per la sua freschezza e l’impatto emozionale.
Chiaramente, insieme all’opera di Pavese: La luna e i falò.
Pavese è per me un autore irrinunciabile oltre che per ik temi e la scrittura, anche per ilo fatto che conobbe bene la Calabria, essendo stato confinato qui al confino dalle autorità politiche d’epoca fascista in quanto era un “disobbediente civile”, aveva idee anarchiche e scriveva liberamente, incitando alla riflessione e alla libertà. Era, in poche parole, un vero intellettuale impegnato e i dittatori, si sa, non amano queste figure.
  Invece, mentre a parlare di Mussolini ci viene la nausea, a leggere Pavese non ci stanchiamo mai. Perché è un vero classico e, come tale, sempre attuale e valido.
Buona lettura
Prof.ssa M.Concetta Titti Preta .
LA LUNA E I FALO’
Pubblicato nell’aprile del 1950, è considerato dalla critica il libro più bello di Cesare Pavese.
 Il protagonista, Anguilla, all’indomani della Liberazione, torna al suo paese nelle Langhe dopo molti anni trascorsi in America e, in compagnia dell’amico Nuto, ripercorre i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza in un viaggio nel tempo, alla ricerca di antiche e sofferenze radici.
  Questo libro ha suscitato in me una gran passione verso l’autore a tal punto da rivolgere alcune domande a quest’ultimo, come se fosse davanti a me e potessi parlargli.
• Signor Pavese mi potrebbe descrivere in breve il suo ultimo romanzo “La
luna e i falò”?
E’ una storia semplice e recupera i temi civili della guerra partigiana, la
cospirazione antifascista, la lotta di liberazione e li lega a problematiche private,
l’amicizia, la sensualità, la morte, in un intreccio drammatico che conferma la totale
inappartenenza dell’individuo rispetto al mondo.
• E di Anguilla, cosa mi dice?
Anguilla è il nome del protagonista del romanzo che decide di tornare nel suo
paese d’origine dopo aver vissuto molto tempo in America per ritrovare un po’ di sé
proprio nella città in cui è nato. Il motivo per cui il protagonista torna nel suo paese
è la mancanza degli affetti.
• Quali sono gli elementi narrativi che contraddistinguono l’opera?
Gli elementi che contraddistinguono l’opera sono temi a me molto cari: il
viaggio di ritorno, per i Greci il nostos, inteso come riconoscimento delle proprie origini e dei luoghi
d’infanzia; la campagna, intesa come sedimento del passato che non subisce alcuna mutazione e luogo estraneo alla vicende terribili del mondo; i falò, intesi come riti sacrificali di antiche credenze, riti propiziatori di vita e fertilità, ma anche simbolo di morte e di violenza.
• Perchè la scelta di questo titolo?
Il titolo stesso dell’opera ,allusivo ed evocativo, mi è stato suggerito dai versi di una mia poesia, il Dio Caprone, che compare appunto in “Lavorare stanca”. In tal senso, “La luna e i falò” è davvero un’opera riassuntiva, che ricompone la mia esperienza umana ed esistenziale degli anni del confino a Brancaleone Calabro agli anni della guerra e del “disimpegno” della Resistenza che mi ha tormentato per molto tempo.
• Cosa scopre il protagonista Pavese-Anguilla?
Pavese-Anguilla scopre che i simboli e i ricordi personali sono stati cancellati dalla
Storia e dalla guerra: ne è prova evidente il falò, che da rito ancestrale e propiziatorio per la fertilità dei campi diventa uno strumento di morte e di distruzione, sia nel caso della follia di Valino sia in quello dell’esecuzione di Santina.
• Irene, Silvia e Santa?
Si tratta di tre sorellastre, le tre “padroncine”, che vivono alla fattoria della Mora, molto belle e corteggiate che purtroppo hanno un triste destino. Una morirà molto giovane, una vivrà infelice per un
matrimonio sbagliato, e l’ultima sarà considerata una spia delle camicie nere e per questo condannata a morte dai partigiani.
Ora esterno il mio pensiero:
  In questa narrazione, è affascinante la visione della luna che scandisce le stagioni, che separa il giorno dalla notte, un simbolo che instaura il rapporto fra terra e cielo. La luna che stabilisce il ritmo del romanzo, che osserva dall’alto i falò delle feste contadine e li accompagna con la sua impotente ma discreta presenza, vegliando sui campi e sul lavoro dell’uomo. Il romanzo amalgama due piani narrativi, uno legato all’infanzia, al passato, al tempo andato che impregna il presente di nostalgia, e l’altro legato alla maturità, momento della vita in cui le illusioni cadono. La delusione è parte integrante del protagonista, insieme al senso della perdita d’ogni sogno da sognare o di radici vere. Pertanto posso affermare che il romanzo riflette lo stato d’animo dello scrittore e poeta, la sua
malinconia e quel velo d’amarezza che lo facevano sentire perennemente in esilio dalla vita.
  Jessica Sicari, classe 5 C del Liceo Classico M.Morelli di Vibo Valentia, a.s. 2019/2020